zondag, 25 september 2016 00:00

W.F. Hermans – Alla fine del sonno

Nel 1963, quando finì di scrivere Nooit meer slapen (Alla fine del sonno, traduzione di Claudia Di Palermo), Willem Frederik Hermans aveva quarantaquattro anni e circa venti anni di troppo.
Come succede con gli scrittori dalla vocazione imperiosa, la costruzione del romanzo non rispondeva a un piano premeditato, ma a un calcolo tanto istintivo quanto ferreo, come chi risolve in breve tempo una sommatoria complessa saltando gli ultimi passaggi: non si può dire né che indovini né che determini. Si può paragonare però a quelle moderne tende da campo che trovano da sé il modo di sfruttare il vento per aprirsi in un solo slancio. Giusto il tempo di sviluppare un solo tema e una sola azione drammatica.
Al contrario di certi giochi di ruolo questo romanzo non è adatto a un pubblico di età compresa tra i 2 e i 99 anni. Lo possono leggere i ragazzi della maturità, i neolaureati e i dottorandi. Io, che sono un neolaureato, l'ho letto per caso al momento giusto, cioè quando un romanzo vale da ammonimento; e questo significa che è già troppo tardi.

Nel 1961 Hermans tornò da una spedizione scientifica nel Finnmark, estrema regione della Norvegia. Con fiuto da bematista e con almeno vent'anni di scrittura alle spalle capì che, per rendere efficace l'azione drammatica, non poteva proiettare in una narrazione autobiografica la sua esperienza di quarantenne, e con essa motivazioni, aspettative e ambizioni proprie di quell'età. Preferì personificarle nel venticinquenne Alfred Issendorf, geologo olandese non ancora ingabbiato in una carriera, ma deciso a marcare a fuoco il suo ingresso nella scienza attraverso una scoperta portentosa:

Non voglio trovare pietre che qualcun altro ha già messo in una scatolina. Anzi, non voglio trovare pietre che siano già state sulla Terra. Più di ogni cosa desidererei trovare un meteorite, un frammento proveniente dal cosmo e vorrei che fosse composto di una materia mai rinvenuta sulla Terra. La pietra filosofale, o quantomeno un minerale a cui verrà dato il mio nome: Issendorfite.

L'ipotesi è tanto affascinante da nasconderne ad Alfred la palese bizzarria: come proverà a spiegare Arne, suo primo compagno di viaggio (gli altri sono Qvigstad e Mikkelsen), il Finnmark è bucherellato di crateri per ragioni meno aliene e più terrestri. Ma Alfred è un ragazzo ambizioso che nonostante gli studi universitari non ha perso l'ingenuità impacciata di chi non è in grado di valutare la portata reale del proprio talento. Su di lui pesa anche un modesto complesso edipico che Hermans rende invisibile e pervasivo. Ogni pensiero di Alfred sembra sottoposto a un leggero spostamento ed esprimersi in frasi di solida banalità che, a una seconda lettura, rivelano cedevoli incongruenze. (Faccio uno zoom della precedente citazione: «Anzi, non voglio trovare pietre che siano già state sulla Terra»).
La storia ci viene presentata attraverso la prima persona di Alfred, sia per restituirci la strisciante, a volte comica assurdità della vita mentale («Tranne per la rete che lo ha pescato, la padella, la margarina, e i fiammiferi per accendere il fuoco, questo pesce non deve nulla alla civiltà»), sia soprattutto per condurre un esperimento narrativo: è affidabile la verità che un aspirante scienziato vuole comunicarci, se proprio uno scienziato sa bene che non è possibile osservare e al tempo stesso fare parte dell'esperimento?

Dieci anni dopo Alla fine del sonno, Hermans lasciò i Paesi Bassi per stabilirsi a Parigi. Da questo momento divenne uno scrittore a tempo pieno, dopo aver condotto un'attività parallela prima come lettore e poi come professore di geografia fisica presso l'università di Groningen. Ci furono guai con gli altri docenti. Ancora oggi la questione non è priva di punti oscuri. Hermans, che diceva che scrivere un romanzo è «wetenschap bedrijven zonder bewijs», è svolgere attività scientifica senza averne le prove, abbandonò l'incarico ma non la pratica. Negli anni Sessanta, mentre gli strutturalisti si alleavano con la linguistica per dare un fondamento scientifico alla letteratura, l'affermazione doveva sembrare figlia dell'epoca. Non era così. La letteratura non diventò oggetto di studio scientifico. Continuò a dire quello che aveva da dire senza produrre uno straccio di prova. Quando Alfred si reca dal prof. Nummendal per ottenere le foto aeree del Finnmark, il vecchio barone universitario, sciovinista semicieco, esclama: «"Ho visto una gran quantità di ricerche fatte a vuoto. Depositi pieni di collezioni che nessuno degna più di uno sguardo, finché un giorno vengono buttate via per mancanza di spazio. Ho visto teorie andare e venire come le anatre selvatiche e le rondini"». Poi, con l'ironia tipica di Hermans, il professore s'innamora del paragone: «"Lei ha mai mangiato l'allodola arrosto?"».
La proverbiale directheid degli olandesi, il parlare senza peli sulla lingua, che Hermans possedeva in misura tale da intimorire anche il più sfacciato degli intervistatori e che a volte esplodeva in una risata cartesiana e autodivertita, come è dei demoni più consapevoli, si rivolse per tutto l'arco della sua vita verso le istituzioni, i rappresentanti delle istituzioni e la mitologia su cui si autofondano. La critica di Hermans al mondo universitario è tanto più efficace quanto meno è esibita. Anziché scrivere quel romanzo da campus universitario che Gore Vidal paventava, Hermans sposta il baricentro della parodia dalle aule magne al paesaggio quasi vergine del Finnmark, dall'ammiccante solidarietà tra l'intellettuale e il lettore colto all'intima contraddizione del ricercatore alle prime armi che, pur di piantare per primo la bandiera su una terra inesplorata, resta abbagliato da deliranti teorie. A volte capita che Alfred si paragoni ai grandi inventori del passato: e chi, spinto dall'attenzione tutta fantasticata che un giorno ci ha rivolto il professorone, non ha creduto di poter scoprire qualcosa di davvero epocale, facendosi illusioni sul proprio talento? Il lettore di quell'età condivide i pensieri più intimi di Alfred, così credibili e verosimili da ignorare che quell'intimità è sempre assolutoria e sospettosa. La vita, poiché non si può vivere che dall'interno, ci offre soltanto il lato persuasivo della paranoia.
Ma l'altro lato è soltanto inganno, a cominciare dalla lingua. L'olandese Alfred trova un primo ostacolo proprio nell'incomprensibilità dei nomi norvegesi, nella ludica crudeltà con cui li deformiamo e nel destino che vi è iscritto come un rebus: il prof. Sibbelee è il relatore che sibillinamente suggerisce ad Alfred, per la tesi di dottorato, di verificare l'ipotesi delle meteoriti e di procurarsi delle foto aeree dal più strenuo avversario di questa teoria, il prof. Nummendal, dal nome simile alla parola olandese niemendal ("nonnulla"), che da Oslo spedisce Alfred presso l'Istituto Geologico di Trondheim, dove a riceverlo dovrebbe esserci il direktør Hvalbiff, cioè "carne di balena", ma dove non ci sono né il direktør né le foto aeree. Cacciatosi in questo labirinto di nomi evasivi, ad Alfred sfugge l'intricato quanto vacuo sistema di vendette che lega i tre professori, o meglio insiste a minimizzarlo, a chiudere gli occhi di fronte agli equivoci che potrebbero sfavorirlo e, laddove sembrano assecondarlo, a spalancare lo sguardo fino a produrre visioni e cospirazioni.
Non ci sarà mai una pietra chiamata Issendorfite, se non per un caso di omonimia. Il desiderio di veder scolpito il proprio nome nella pietra è chiaro vagheggiamento d'immortalità, ma al tempo stesso lapidario memento mori. La riflessione sulla morte, che attraversa tutto il romanzo, si presenta come riflessione sulle possibilità del corpo umano, sul fragile miracolo che lo tiene unito: «La resistenza dei tendini, inimmaginabile per chi abbia visto con quale relativa facilità si spezza perfino il fil di ferro. Che miracolo è l'uomo! Ma che razza di prova, sperimentare fino a che punto può arrivare la miracolosità del proprio corpo». E poco più avanti, il miracolo viene negato da un dubbio inquisitorio: «L'incomprensibile forza del corpo umano non ci fa temere che questa tortura sarà infinita?». Ma sfidare i limiti conduce all'abbruttimento, alle estreme conseguenze: «Ho gli occhi strabuzzati, le orecchie bollenti, la testa che ronza, sono così esausto da non poter immaginare di provare mai più una stanchezza tale in vita mia, ma non ho affatto sonno. Nessuno sa di cosa è capace finché non ha sperimentato tutto».

Hermans fu un fuoriclasse della scrittura romanzesca. Non seguiva gli schemi più alla moda, né voleva crearne. Più netta della sua idea di romanzo classico c'è, in Hermans, soltanto la sua implacabile applicazione: klassiek è il romanzo «in cui il tema si risolve tutto nel racconto, in cui un'idea viene espressa per mezzo di azioni, in cui all'occorrenza i personaggi che vi agiscono sono personificazioni prima ancora che ritratti psicologici. Un romanzo in cui tutto ciò che succede e tutto ciò che si descrive mira a uno scopo; in cui, per modo di dire, anche un passero che cade dal tetto porta con sé delle conseguenze», scrive in Het sadistische universum. L'ultima frase, oltre a essere davvero un modo di dire olandese, riecheggia un passo biblico da Matteo, dove si dice che non cadrà a terra neanche un passero senza il volere del Padre.

Mentre Barthes preparava l'agguato alla funzione dell'autore nell'opera, Hermans tirava dritto e chiedeva per sé un'autorialità piena e responsabile. La ragione risiede nella mentalità da scienziato: senza punto di vista esterno, nulla si vede, nulla si prova, tutto è tautologia. La presenza dell'autore deve garantire al lettore che la lettura non è arbitrio interpretativo, ma verifica di una eventualità, di un universo potenziale. La natura dello scrittore classico è perciò divisa tra una metà scientifica e l'altra divina; tra razionalità e entusiasmo; tra verifica e arbitrio. Un minotauro intrappolato nel labirinto della propria natura paradossale. Proprio mentre si aggrappa alla razionalità scientifica, Alfred mostra infatti il carattere superstizioso e maniaco del misurabile, dell'unica verità visibile. Conta i gradini; conta i passi; calcola quanti chilometri si percorrono facendo un passo ogni due secondi; proietta le proporzioni della mappa sulla realtà del paesaggio; pesa il suo zaino o lo soppesa, perché per nulla al mondo vuole che il suo zaino sia il più leggero. Senza le foto aeree non sa orientarsi; si smarrisce persino in un paesino. Senza delle istruzioni, senza un futuro già determinato nei minimi dettagli, Alfred non sa come comportarsi nel presente. Eppure noi facciamo il tifo per lui non per compassione ma per empatica autoassoluzione. Anche il tempo della narrazione è il presente e nel contrasto tra realtà istantanea e fantasia che realizza i suoi sogni, Alfred scopre l'essenziale inganno dell'universo, in cui il successo è accessibile soltanto a chi, messi da parte i calcoli, si butta nel vuoto per toccare il fondo: «Senza più alcun timore salto da una roccia all'altra, non cerco nemmeno appiglio, il ginocchio ammaccato mi fa così male che potrei urlare, ma la mia discesa non è meno elegante e scorrevole di quella di Arne. Come se scendessi una scalinata, senza pensare. Quasi non guardo dove metto i piedi [...]. Mi piego in avanti per metà, raddrizzo di nuovo la schiena, poi riprendo la corsa, libero da minacce, verso il fondo della gola». Il tema di fondo di Alla fine del sonno è de mislukking, il fallimento. Graduale e imperterrito. Mistificato e infestante. L'attesa della débâcle; la maturità che fa fiasco. Si manifesta attraverso l'anonimia, la scelta del momento sbagliato o attraverso il fantasma del padre di cui non sappiamo portare a termine la missione. Si manifesta anche, dal punto di vista dell'autore, come la possibilità di raccontare ciò che resta al di fuori del mondo igienizzato della scienza, a discapito però del personaggio che se ne fa carico. In un passo decisivo, Alfred pensa:

Che fine fanno nei manuali gli sforzi, i dubbi e la disperazione affrontati prima di giungere a una particolare conclusione? L'impressione è che il novantanove per cento delle scoperte siano da sempre un dato acquisito, come se non le avessero mai fatte – oppure fossero da attribuire a personaggi anonimi, non a uomini, ai quali tutto andava liscio come l'olio, mai precedute da fallimenti totali o parziali di gente venuta prima.

Perciò al termine dei romanzi di Hermans si ha spesso la sensazione di una lotta tra il tentativo di sottrarre i personaggi al caos della realtà, attraverso la classicità della forma romanzesca, e il malintenzionato arbitrio del creatore che, sebbene sia lo sviluppatore del cosmo, si lascia andare alla fallacia, inocula nell'ordine universale una ambizione senza fondamenti, si compiace dell'inganno, della trappola, del sabotaggio teso ai danni del proprio esperimento. La forza di gravità per Hermans è quella forza che, nonostante la miseria della vita, esercita sull'uomo un'incomprensibile attrazione verso il cimitero monumentale delle biografie degne d'essere ricordate. «"L'uomo, insomma, è "der ewig Betrogene des Universums", come lo ha definito un tedesco. L'uomo è l'eterna vittima dell'inganno dell'universo, una delle mie espressioni preferite"» dice Qvigstad, con la sua aria da Thor.
A parlare in realtà è il creatore stesso, Hermans. In un universo del genere, il passaggio dell'uomo è soltanto una variazione impalpabile sulla superficie terrestre; chi vuole calcare la propria impronta non è nemmeno consapevole, così facendo, di cancellarla: «Un passo. Muschio fra le pietre, inframmezzato da tratti di terra spoglia. Sabbia e ghiaia, ghiaia bianca. Qua e là un osso, una vertebra. Nessuna traccia che attesti il passaggio di altri esseri umani. Non abbiamo coperto anche noi le nostre tracce?». Più Alfred si addentra nel territorio, nella natura incontaminata, in una regione dove anche la mezzanotte è un'ora solare e le zanzare non concedono tregua alcuna, più gli sembra assurdo il desiderio di lasciare un segno. Avvicinandosi alla fine del viaggio, Alfred non ha più voglia di «dover raccontare alla gente cos'è successo» una volta tornato nel mondo civilizzato.
Certo, se non ci fosse l'aspirazione a fare qualcosa che nessuno ha mai fatto, l'universo perderebbe velocità. L'originalità è dovere dello scrittore ma anche stimolo che tiene il vortice dell'inganno in movimento. Scoprire è gloria e condanna. Qualsiasi conclusione si rivela una beffa che ci riporta al punto di partenza, oberati da una consapevolezza che ci deride. L'universo è una creazione sadica poiché non offre all'uomo gli elementi necessari per comprendere la posizione che vi occupa, che potrebbe essere inferiore persino a quella delle zanzare; mentre nell'aldilà «a capo di tutta la baracca» potrebbe sedere «su un alto trono, con lo scettro in mano, il virus dell'afta epizootica».
La serietà, l'accanimento di Hermans non concedono il minimo ripiegamento intellettualistico a una scrittura limpida e a volte precisa come una luce artificiale. Esperto lettore di Kafka, Hermans sa che il massimo dell'effetto narrativo si raggiunge attraverso uno svolgimento elementare, una costruzione meticolosa quanto meno è premeditata, una lingua falsamente penetrabile, e dall'altro lato un groviglio psicologico inafferrabile, un determinato sgretolarsi dell'ordine, una complessità di rimandi intertestuali che sono tanti depistaggi di fronte all'unica via di uscita, la tautologia. Più la sua prosa è trasparente e più traduce un'oscura inquietudine. La parola è decifrabile apparenza finché il lettore la attraversa distratto, ma diventa incubo non appena il nostro volto si specchia in quell'acqua, quell'onnipotente equivoco. L'inganno più raffinato sta nell'apparente leggibilità del senso.

Nel "Canon van de Nederlandse literatuur", W.F. Hermans occupa il terzo posto, dietro a Multatuli e Vondel. Alla fine del sonno è un libro che qualsiasi olandese ha avuto almeno una volta nella vita tra le mani. E per noi, per noi italiani, grazie alla splendida traduzione di Claudia Di Palermo, è « innanzitutto, la scoperta di un grande scrittore », come recita la bandella di Adelphi. Eppure questa è una frase senza senso. Hermans non è e non sarà mai un grande scrittore. È stato ed è un grande scrittore olandese, uno scrittore come pochi in grado di raggiungere tutti e come pochi consapevole che una cultura minoritaria resterà sempre succube delle culture egemoni. Per lui l'olandese è una lingua destinata ad andare in malora. In Alla fine del sonno, quando si parla del provincialismo norvegese, si allude sempre a quello dei Paesi Bassi.

« Caro signore, dia retta a me, se un intero popolo si dedica per secoli ad abitare un pezzo di terra che in realtà appartiene ai pesci, un terreno che in effetti non è stato creato per gli uomini – un popolo del genere alla lunga deve adottare una filosofia sui generis che non ha più niente di umano! Una filosofia basata esclusivamente sull'autoconservazione, una concezione di vita rivolta a evitare che piova sul bagnato! » dice il prof. Nummendal.
Ho l'impressione che Hermans abbia ragione. Che l'universo sia un'Olanda sterminata.

W.F. Hermans – Alla fine del sonno, Adelphi, 2014

 

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