donderdag, 26 januari 2017 15:43

M. Nijhoff – Awater Speciaal

Geschreven door Giuseppe Cocomazzi
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Vocazione, inseguimento, attesa scandiscono le stazioni di un viaggio che si voleva più breve: quello di Awater, finalmente tradotto in italiano, per i tipi di Raffaelli, a 82 anni di ritardo dalla pubblicazione originale. Il passeggero, nell’annosa sosta su una banchina recentemente ammodernata – quella della stazione di Utrecht – ha spiccato un salto, ha preso il treno che chiude, aprendo però alle più disparate interpretazioni, questo poemetto scritto nel 1934 da Martinus Nijhoff, quando l’aria che tirava era tesa di presagi, pregna di scongiuri.
Awater è il poemetto più commentato della poesia in neerlandese. Contiene un verso proverbiale: er staat niet wat er staat (tradotto in « non dice ciò che dice »): formula di reticenza, di rimando ed evasione circolare, secondo il movimento tipico della verità rivelata: mostrare nascondendo. Non è tanto l’ineffabile dantesco, che presuppone una visione avvenuta, quanto l’indovinello della natura, pudica ed esposta insieme. È la stessa trasparenza, lo stesso accecamento delle superfici pittoriche del Seicento olandese non appena interviene, a sdoppiarle, la parentela con la scrittura così bene indagata da Svetlana Alpers.

In quegli anni il poeta teneva un dialogo epistolare con Huizinga, nome più familiare al lettore italiano (pronuncialo più o meno così: hàusinga). Attraversava entrambi un presentimento di tempi nuovi, di ombre che si profilano a suscitare ansie e speranze: chi visse seppe, spesso ne morì. Ma il presente veniva tirato per la collottola da un tempo che prometteva di compiersi, un tempo che W. Benjamin scrutava e definiva messianico. I due, Nijhoff e Benjamin, con tutta probabilità non si conobbero e non si lessero, ma condivisero la stessa preoccupazione per il futuro: un futuro che, colluttando col passato, ne rivela il senso recondito in una scintilla di presente. La rivelazione (openbaring) dovrebbe rappresentare l’apertura definitiva in cui le figure, in senso auerbachiano, si acquietano nella pienezza del senso. In Awater, come nei testi biblici e in Dante, ciò avviene in pubblico (openbaar), nel mezzo di una folla riunita dall’ultima chiamata. Ma nello stipato finale si è revocati uno a uno, la grazia colpisce l’anima nella sua solitudine, l’esperienza ci isola prima di dissolverci in una luce più diffusa.
In tempi di compulsivo e arbitrario saccheggio alle pagine di Benjamin, il caso della prefazione ad Awater mi pare eccezionale: Herman van der Heide se ne serve con plausibile adeguamento e spesso con risultati illuminanti. Prefazione giustamente cauta, ma precisa e densa quando presenta una chiave di lettura allegorica, tanto da riproporci intatto, ogni volta che lo assaliamo, l’enigma degli ultimi versi. È questo, l’enigma, un gesto semantico (mai ermetico) che vibra nell’intera produzione di Nijhoff, un gesto tracciato sulla soglia del testo, nel punto in cui il lettore viene eletto e destinato alla decifrazione. È come se il testo, Awater, rivolgendosi nel congedo a un tu che è l’altro nome della promessa di salvezza, estendesse a sua volta il sorteggio all’indirizzo del lettore.

Il tu, o l’istanza poetica che dice io, diventa proselita di Awater, la figura messianica del poema, senza un appello esplicito, ma per forza d’attrazione. È un io vulnerabile poiché incuriosito dall’anonimato; messo in moto da un impiegato contabile che esercita tutte le attrattive di un’ispirazione ormai priva d’alone sacerdotale: quella del lavoro, del buon senso, della pratica quotidiana. Le qualità, resistibili, del buon olandese. Eppure l’io è spinto da una forza irresistibile a compiere l’azione chiave d’ogni risposta a una chiamata, a una vocazione: il pedinamento. Un pedinamento senza secondi fini, “senza parere” direbbe Bufalino, che si risolve ritrovando se stessi dietro l’angolo; un inseguimento che conduce alla scomposizione dell’abitudine, poiché il nostro percorso devia di fronte alle asperità del dubbio, dell’ipotesi, delle congetture sugli itinerari consueti di chi bracchiamo. Dobbiamo proiettarci in avanti, anticipare le mosse della vittima, consapevoli che sarà la vittima stessa a trascinarci, a lasciarci dietro. La vocazione si compie nel momento in cui il pedinatore e la pedina s’incontrano, si riconoscono ed entrano in un nuovo anonimato: in un nuovo schema: Het spel wordt tot een nieuw figuur gevoegd – « Un nuovo schema ridispone i pezzi ». In Awater questo momento è riservato anche al lettore.

In un poemetto che fa della sua forma un meccanismo di amplificazione, più che del senso, della ricerca del senso, le proiezioni e retrazioni dell’esperienza si riverberano nella sequela sonora delle sillabe poste a sigillo del verso come tante cadenze d’inganno. L’assonanza è anche ritorno del rimosso, ossessione, loop: meccanico impigliarsi nel lutto. L’istanza poetica che ripercorre sulle tracce di Awater i luoghi di un passato sbarrato dalla morte della madre e del fratello, deve superare una serie di prove, spesso riprove del proprio trascorso, prima di lasciarsi andare al proprio destino.

E anche il poeta ripercorre il passato letterario che dà sostanza al suo verso: il verso è proprio l’orma di tale passaggio e interrogazione dei modelli poetici. Uno su tutti, la Chanson de Roland. Ripercorrere significa anche riscrivere, ed è quello che fa Nijhoff con il sonetto CCL di Petrarca, cantato da Awater in un bar. (E già il cantore di Laura sentiva che ogni tentativo di far riandare il disco della voce a noi cara si risolve in parodia, meno spesso in dileggio o oltraggio, ma sempre con una macula di becera imitazione, un sogno d’addio, un’alalia…). Il lettore troverà nella prefazione e nelle note di commento tutti i riferimenti necessari a ricostruire una genealogia mai esibita ma indagata con la delicatezza che si usa con un’eredità mutevole, una secolare armonia.

Fa pensare che H. Marsman, una delle personalità di rilievo nella poesia in neerlandese tra le due guerre, scriverà di lì a poco un poemetto tutto intessuto delle traiettorie che Breeroo, il celebre poeta del titolo, vissuto nel Seicento, traccia lungo un’Amsterdam già sereniana nel suo rincorrersi frattale. E fa pensare, nel contesto poetico italiano, che la ricezione della forma poemetto passi da Pascoli, dai suoi tentativi di orecchiare l’italiano parlato e da quelli di indagare il livello pregrammaticale del sistema linguistico, non tanto a Pasolini, quanto a Volponi: il lettore ricorderà le sequenze finali di Memoriale, in cui il paranoico Albino Saluggia riscopre la poesia attraverso il piacere catartico di cui gode lasciandosi andare alla catena dei suoni. È proprio a Volponi che bisogna accostare l’esperienza di Awater; ma come si accosta la sanità alla malattia.

M. Sironi, Periferia, 1922

Veniamo alla traduzione. Di un traduttore che traduce da lingue minoritarie, dobbiamo fidarci come di chi ci guida in una regione disabitata. Il neerlandese non è orecchiabile, è una galleria del suono spazzata da turbinii e distorsioni per chi orecchia o padroneggia i lampi stringati dell’inglese o il lessico snodabile del tedesco. Balena, voglio dire, una sillaba nota, lunga o corta, secondo prosodie che l’italiano ha tanto balbettato nascendo dal latino, una sillaba che per influsso dell’inglese oggi riscopre la propria identità latina: ma si arresta prima di compiersi in un richiamo comprensibile, in una magia che riesce. Il neerlandese si origlia. Chi vede o legge il testo a fronte troverà allora qualche cenno famigliare disperso in un brodo di babele, ma avrà bisogno di una guida per attraversare, se non le sonorità, almeno il senso del poema. La lingua di Nijhoff, fatta eccezione per il prologo sostenuto dalla memoria biblica, fortissima nei poeti protestanti, è piana, sa scendere senza stridio e senza retorica delle piccole cose persino nell’intimità più effusa e sa conservare il peso specifico d’ogni sillaba nelle sequenze narrative che lo distribuiscono senza dimezzarlo. Si tratta di un equilibrio tra verticalità e orizzontalità, tra sufficienza della lettera e necessità del sovrasenso che ha del miracoloso: meglio, del meccanico, di un ingranaggio oleato da naturalezza e tecnica. L’insidia della tecnica poetica trova qui un esempio (per fortuna non metaletterario) tanto rigoroso quanto ambiguo. La sfida lanciata al traduttore, sfida che Nijhoff in persona coglieva nelle traduzioni dall’inglese e dal greco antico, è appunta insidiosa, specie per chi volge in italiano. Mi riferisco alla tradizione poetica italiana e alle vicende della lingua italiana, così generose nel distanziare la lingua parlata da quella scritta, in una scollatura ora colmata dal ricorso al dialetto, subito azzoppato dagli intenti espressionistici o “populisteggianti” (ma c’è anche, in tutt’altra direzione, la patinatura, che so, veneziana, di un Noventa…), ora portata all’estremo di arcaismi e armature retoriche. Conforta allora sapere che Monica Puleo ha saputo intercettare senza troppe distorsioni la levigatezza e anche la fissità del pentametro di Nijhoff, sacrificando in partenza ogni tentativo (forse impossibile) di riprodurre il sistema di assonanze dell’originale. Il metro di Nijhoff non depista ma incede lineare come Awater: e come Awater fa i conti con la propria memoria sonora. E il traduttore, insieme all’io, sente una vocazione, insegue, pedina, tallona l’originale… finché non si garantisce quell’anonimato che lascia alla lingua il compito di risuonare.

Un libro che non può mancare nella biblioteca di chi si occupa del modernismo in letteratura: o anche del lettore-compagno di viaggio, reisgenoot, che alla ricerca di un’alleanza tra suono e senso s’incammina verso l’enigma.

È possibile ordinare il libro qui: M. Nijhoff, Awater, Raffaelli editore, 2016

 

Uit de blog van Giuseppe Cocomazzi

Lees 473 keer Laatst aangepast op maandag, 06 februari 2017 16:49
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